“Dei tre cavalli che corrono per Palazzo Marino, Albertini sembra il meno interessato alla gara. Mi ricorda Ribot, che a prima vista nessuno avrebbe dato come vincente, non avendo l’aspetto del grande galoppatore di classe; che quando veniva accompagnato al paddock per essere mostrato al pubblico osannante e girava con gli altri cavalli si vedeva chiaramente che era infastidito da tanto clamore e da tanta attenzione. Ribot appariva quasi neghittoso e mostrava una certa insofferenza per questa esibizione. Poi scendeva sulla pista, correva da par suo, vinceva con tre lunghezze di distanza e se ne andava ancora più seccato di prima tra le acclamazioni della folla” Indro Montanelli (maggio 1997)
“Quest’uomo dall’apparente remissività, persino umile, che mai alzerebbe la voce o pesterebbe il pugno sul tavolo, di un’ingenuità quasi fanciullesca – ricordate quando si mise in mutande alla sfilata di Valentino? – è un duro che si spezza ma non si piega né tanto meno si impiega” Indro Montanelli (aprile 2001)
La sovrana visitò Milano nel 2002 e nel 2005: le furono conferiti la cittadinanza onoraria
e l’Ambrogino d’oro. Dall’intesa immediata all’onorificenza, fino a quella lettera inaspettata..
Elisabetta II d’Inghilterra fece visita a Milano due volte, in due speciali occasioni. La prima nel 1961, ricorrenza del centenario dell’Unità d’Italia, si trattenne per poco più di due ore, ricevuta dal Sindaco Cassinis, si ricordano:una sfilata, in auto scoperta in piazza Duomo, un saluto alla folla dal balcone di Palazzo Marino, qualch stretta di mano con autorità locali e nazionali.
Fu in occasione di un concerto a Mosca di Muti e dell’orchestra della Scala Vladimir avrebbe scelto poi il nostro Paese per la sua prima visita di Stato
Pochi lo chiamano: Stadio Meazza, come si dovrebbe, anche dopo l’intitolazione del 1980 al grande campione dell’Intere per brevetempo, anche del Milan, i più continuano a chiamarlo San Siro dal nome del quartiere che lo ospita, a sua volta, così nominato da una chiesa storica dedicata, appunto al Santo, primo vescovo di Pavia.
“Mi auguro che ora le squadre demoliscano lo stadio, ne costruiscano uno nuovo affidato a un Bernini, un Brunelleschi di oggi e che tutta l’area sia riqualificata. Doveva accadere sette anni fa”. Così a Tgcom24 Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano, commentando il via libera del consiglio comunale alla vendita dello stadio di San Siro. “Per San Siro è successo come con Citylife al posto della vecchia fiera e. tempo prima, al Teatro alla Scala, non più agibile, ma che è stato ristrutturato e rigenerato. Anche allora c’erano i talebani che facevano cause, manifestazioni e zavorravano lo sviluppo della città”, aggiunge.
Gabriele Albertini è stato sindaco di Milano dal 1997 al 2006. Senza tessere di partito,
ha guidato la complessa macchina amministrativa della nostra metropoli
Lo storico inviato Rai 91enne: «Ero a cena con l’ex sindaco Gabriele Albertini e mi sono ferito, mi ha soccorso una giovane dottoressa fuori dal servizio. Quelle sere a bere whisky con Hemingway e Gary Cooper e la malinconia di Neil Armstrong»
Il predecessore del primo cittadino di Milano: «Ha forzato la mano temendo che i suoi piani non venissero votati. La città non può fermarsi, ma neanche la giustizia»
Le inchieste della Procura di Milano che hanno messo nel mirino le politiche abitative della giunta di Beppe Sala (in continuità con quelle dei sindaci precedenti da Gabriele Albertini, a Giuliano Pisapia, passando per Letizia Moratti) rilanciano il tema del delicato rapporto tra magistrati e politica. La lettura delle carte della Procura rende evidenti due considerazioni. Non serve essere esperti di diritto o di urbanistica per comprendere come le presunte responsabilità penali attribuite ai soggetti a vario titolo coinvolti nella vicenda (politici, imprenditori, dirigenti comunali) siano evanescenti e impalpabili. Non serve essere residenti a Milano per comprendere come le responsabilità politiche siano invece enormi. Ma quelle, in democrazia, non devono essere i magistrati a giudicarle, bensì i cittadini attraverso il voto.
Milano in questi anni è diventata il fulcro degli investimenti immobiliari in Italia anche grazie a una lettura a maglie larghe delle norme urbanistiche che ha consentito interventi di demo-ricostruzione (abbattimento di strutture pre-esistenti, spesso fatiscenti e in disuso) con consistenti aumenti di volumetria, senza necessità di piani attuativi ma con semplice Scia. Si chiama riqualificazione urbana e il suo fine, se adeguatamente governata, è di sicuro nobile in quanto limita il consumo del suolo offrendo vantaggi sia all’imprenditore privato che realizza gli interventi (aumenti di volumetrie) sia alla collettività perché, di norma, le imprese offrono in cambio interventi di risanamento o housing sociale (studentati, alloggi a canone calmierato) di cui nelle grandi città e a Milano in particolare c’è bisogno come il pane.
Ma la condizione affinché tutto si regga è che in questo delicato contemperamento di opposti interessi i piatti della bilancia restino in equilibrio. A Milano, secondo la Procura, tutto ciò non è accaduto. E la bilancia ha iniziato sempre più a pendere dalla parte delle imprese che hanno tirato su grattacieli al posto di capannoni e palazzi di sette piani nei cortili interni, causando “un danno immediato agli abitanti” privati dei “requisiti igienico sanitari di aria, luce e veduta delle abitazioni”. Insomma, un danno alla comunità. Ed è la comunità che dovrà giudicare. Non il tintinnio di manette dei giudici.
L’intervista. Gabriele Albertini. Lex sindaco ricorda la rigenerazione urbana affrontata durante i suoi mandati, su 11 milioni di metri quadrati lasciati dalle industrie dismesse, «senza ricevere mai avvisi di garanzia»
da sinistra: Gabriele Albertini, già sindaco di Milano e Sergio Luciano, direttore di Economy Group
Un discorso appassionato, personale e politico quello di Gabriele Albertini, già sindaco di Milano, intervenuto oggi alla sesta edizione dell’Hub Edilizia Costruzioni & Real Estate, l’evento organizzato da Economy Group che Accolto con calore dai presenti, Albertini ha raccontato, senza filtri, la sua esperienza da primo cittadino, affrontando in particolare il tema della rigenerazione urbana e del rapporto fra amministrazione pubblica e investimenti privati. “Milano usciva dalla Seconda Guerra Mondiale con 3,5 milioni di metri quadrati di macerie. Io mi sono trovato a gestire un altro tipo di vuoto: aree industriali dismesse, senza più operai, né fabbriche, ma ancora senza città”, ha ricordato. “Non avevamo risorse pubbliche per ricostruire, quindi abbiamo attratto 30 miliardi di capitali privati da tutto il mondo. Io ho fatto il regista, non l’investitore”.
Legalità come condizione per attrarre capitali
Albertini ha rivendicato con orgoglio l’alleanza costruita con la magistratura milanese, in particolare con Francesco Saverio Borrelli, allora capo della Procura, per garantire trasparenza negli appalti pubblici e credibilità nei confronti degli investitori esteri. “Ho chiesto io l’aiuto della magistratura. È nato un gruppo di lavoro che chiamavamo scherzosamente Alibaba, per tenere fuori non 40, ma oltre 600 aziende che si spartivano gli appalti in modo illecito. Questo modello ha anticipato di vent’anni l’Anac di Cantone”.
Un’esperienza che, a suo dire, ha segnato una fase irripetibile della storia recente milanese: 6 miliardi di opere pubbliche e 30 miliardi di investimenti privati, realizzati senza scandali né avvisi di garanzia. “Montanelli mi disse che non sarei mai stato un politico, perché non avevo l’uzzolo del potere. Ma proprio per questo ho avuto più potere di molti altri: ho agito, senza spartire poltrone”.
Il caso San Siro e il rischio immobiliare attuale
Albertini non ha mancato di criticare l’attuale amministrazione comunale sul mancato coraggio di affrontare il dossier stadio di San Siro: “Abbiamo lasciato tutto fermo per sei anni. San Siro non era più utile per le squadre, eppure non si è avuto il coraggio di decidere. Anche lì si potevano attrarre capitali per rigenerare un’area che non è solo villette e consolati, ma anche edilizia popolare in stato di degrado”.
Ha poi espresso preoccupazione per il blocco degli investimenti immobiliari a seguito dell’attuale inchiesta giudiziaria che ha travolto il settore urbanistico milanese: “C’è una procura che chiede l’arresto per un grande immobiliarista e un archistar. Ma così si spaventano i capitali. Ricordiamoci cosa diceva Einaudi: l’investitore ha il cuore da coniglio, le gambe da lepre e la memoria da elefante”.
Albertini, sanatoria e chiarezza nei poteri
Albertini lancia un messaggio forte: “Serve una sanatoria ragionata per sbloccare i cantieri”: le famiglie che hanno acquistato devono essere tutelate, e le imprese non possono fallire per errori o ambiguità normative. Inoltre, occorre ristabilire i confini tra giustizia e amministrazione”: “Non è stato un pm a impormi nulla. Sono stato io a chiedere collaborazione. Ma oggi vedo il rischio opposto: che le procure guidino l’urbanistica”.
Albertini ha difeso anche il sindaco Giuseppe Sala, pur ribadendo di non condividere la sua linea politica: “Quando sento il sindaco dire: ‘Mi accusano di aver favorito i privati e poi la Corte dei Conti dice che li ho penalizzati’, mi chiedo: ma allora mettetevi d’accordo. O ha fatto un favore, o ha fatto un danno. Non possono valere entrambe le cose”.
“Milano ha bisogno di fiducia, non di sospetto”
Con un ultimo affondo, Albertini ha ammonito: “La politica deve ascoltare tutti, ma poi decidere. E soprattutto deve creare fiducia. Perché senza fiducia, nessuno investe. Né in una città, né nel suo futuro. Senza legalità, visione e coraggio, nessuna città cresce.
“Dei tre cavalli che corrono per Palazzo Marino, Albertini sembra il meno interessato alla gara. Mi ricorda Ribot, che a prima vista nessuno avrebbe dato come vincente, non avendo l’aspetto del grande galoppatore di classe; che quando veniva accompagnato al paddock per essere mostrato al pubblico osannante e girava con gli altri cavalli si vedeva chiaramente che era infastidito da tanto clamore e da tanta attenzione. Ribot appariva quasi neghittoso e mostrava una certa insofferenza per questa esibizione. Poi scendeva sulla pista, correva da par suo, vinceva con tre lunghezze di distanza e se ne andava ancora più seccato di prima tra le acclamazioni della folla” Indro Montanelli (maggio 1997)
“Quest’uomo dall’apparente remissività, persino umile, che mai alzerebbe la voce o pesterebbe il pugno sul tavolo, di un’ingenuità quasi fanciullesca – ricordate quando si mise in mutande alla sfilata di Valentino? – è un duro che si spezza ma non si piega né tanto meno si impiega” Indro Montanelli (aprile 2001)
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